martedì 16 maggio 2017

MADRE
di Manrico Bacigalupi

Odo rintocchi lievi di campana
calar, di balza in balza, dalla Pieve:
l'eco risponde in val, laggiù, lontana,
mentre danzando appar la prima neve.
Candidi fiocchi accendon l'imbrunire
di magico chiaror, siccome stelle,
così nel vecchio cuor mi par d'udire
ancor la madre a raccontar novelle.
Il fuoco canta allegro nel camino
la sua canzone a riscaldare il cuore...
sovviemmi allor quel canto, da bambino,
quando cullava il sonno col suo amore.
Ormai la barba è diventata bianca.
Non più novelle ancor, la voce è spenta,
il guardo tuo silente, la man stanca...
Fuori, la neve cade lenta, lenta !
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Epitteto Eubulide:
Sembra di vederli questi verseggiatori ipermodernisti dei tempi nostri.
Ieratici, sprovveduti, invasati da presunto fuoco sacro dell'ispirazione, pieni di sè, aggredire il foglio bianco riempiendolo di getto con un fiume di parole e di elucubrazioni farneticanti.
E poi senza nemmeno rileggere rimetterle in pasto indigesto ai malcapitati lettori.
Poi ci sono i Poeti con la < P > maiuscola.
Modesti, semplici, limpidi, coinvolgenti.
Quasi dei sopravvissuti in un mondo di presuntuosi facitori di versi assurdi.
Ecco allora il nostro Manrico che dalla sua isola baciata dal Dio leva la sua voce chiara, ritmica, armoniosa.
Lui non si profonde a cantare la quint'essenza dell'Universo.
No, come un Francesco d'altri tempi, guarda ai piccoli essenziali eventi della vita, e li descrive poeticamente e delicatamente.
Qui ci narra di un amore antico come la Terra, eterno, pieno di commozione.
Che c'è altro da aggiungere?
Niente, basta solo farsi cullare dal moto calmo ed avvolgente delle quartine ottimamente costruite in metrica classica, dalla musicalità indiscussa, dalla tecnica espositiva propria dei grandi del passato.
Perchè noi sopravvissuti al disastro letterario sperimentalista siamo ancora e sempre la face della buona Poesia.
Bravissimo.
Barabba

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